Il contenuto fondamentale del progetto “Bosnia: i Volti, le Storie” consiste nella realizzazione di un itinerario di ricerca-azione attraverso alcuni luoghi-simbolo del conflitto e del meta-conflitto nella ex- Yugoslavia, con specifico riferimento allo scenario offerto dalla Bosnia-Erzegovina nell’occasione del ventennale dell’apertura delle ostilità all’origine della frammentazione della Yugoslavia (1991 - 2011) nonché del ventennale della guerra di Bosnia (1992 - 2012).
La ricerca-azione è perseguita in ragione del suo spiccato carattere di misura di conoscenza e di intervento e quale presupposto ideale del lavoro “sul” conflitto, per individuarne le motivazioni e le retro-azioni, nonché gli attori e gli interessi salienti, al fine di una concreta ricostruzione delle matrici della escalazione violenta e del ruolo positivo dei “potenziali locali di pace” (“peace constituencies”) e “nel” conflitto per registrarne le evoluzioni nel teatro regionale e consentirne un “re-framing” ai fini della verifica preliminare ad una strategia di “intervento civile di pace” basata sul cosiddetto “Peace and Conflict Impact Assessment” (PCIA). La ricerca-azione è condotta mediante l’adozione dei contenuti della cosiddetta “osservazione partecipante”, basata sull’intervento diretto del personale impegnato nell’implementazione, sia attraverso la partecipazione personale ad un’esperienza di costruzione di relazione e conoscenza on field sia attraverso una valutazione ex-post dei materiali di ricerca acquisiti. In termini generali, essa punta all’accumulazione di conoscenze e di legami necessari ai fini della sperimentazione in loco di ulteriori strategie di intervento e di mediazione, basate sulle tecnologie del “confidence building”, finalizzate alla maturazione di competenze e capacità degli attori di società civile locale ed orientata al consolidamento di itinerari di riconciliazione, dialogo sociale e trasformazione positiva del contesto post-conflittuale individuato. In termini specifici, essa mira all’individuazione, attraverso la cooperazione con il personale delle associazioni ed istituzioni partner locali, di quegli “attori di pace”, eminentemente giovani, in linea con lo spirito e la lettera della programmazione regionale per gli scambi internazionali, che, pur non avendo vissuto personalmente la guerra, ne tramandano una memoria che si conserva nel contesto ed attraversa le generazioni e che può costituire un potente vettore di riduzione dello stereotipo e di re-umanizzazione delle contro-parti, nella prospettiva della riconciliazione e, quindi, della trasformazione positiva del conflitto.
La ricerca-azione si avvale della raccolta di materiale documentario (testuale e audio-visuale) da ri-produrre in forma di una pubblicazione testuale, di un reportage fotografico e di un documentario video, con la raccolta dei “volti” e delle “storie” dello scenario del post-conflittuale bosniaco, quale oggetto di trasferimento dei risultati di progetto. A tal fine, con il concorso del personale impegnato dell’Associazione proponente degli “Operatori di Pace – Campania” ONLUS, viene realizzata preliminarmente una verifica di fonti e risorse giornalistiche e documentarie ai fini della valutazione preliminare di impatto (“fact-finding”) e viene sviluppata una rete di incontri con attori di società civile locale, sia per approfondire legami transfrontalieri di società civile sia per conoscere alcuni dei progetti più significativi attivi in loco orientati nel senso della trasformazione positiva del conflitto, in linea con le più recenti ed avanzate acquisizioni dei consessi nazionali dedicati (a partire dalla IPRI - Corpi Civili di Pace e dal Tavolo Nazionale “Interventi Civili di Pace”). Di conseguenza, essa punta sia a costituire un moltiplicatore di esperienze e di conoscenze per gli attori della società civile di provenienza, nel senso di allargare l’orizzonte delle “buone prassi” messe in opera dalla Regione Campania, sia a determinare un’occasione di rafforzamento (“empowerment”) di attori di società civile di destinazione, consolidando legami, approfondendo costruzione di rete (“networking”) e sperimentando l’azione di intervento nonviolento propria della mission dei Corpi Civili di Pace, al fine di “conoscere” per “intervenire”.
Obiettivo Generale del progetto “Bosnia: i Volti, le Storie” consiste nell’acquisizione, da parte del personale impegnato, di conoscenze e relazioni necessarie ai fini della comprensione e dell’intervento, nello spirito della ricerca-azione, “del” e “nel” contesto post-conflittuale della Bosnia-Erzegovina al fine di diffondere presso il largo pubblico e la società civile dei contesti di provenienza, in particolare nel territorio specifico della Regione Campania, le evoluzioni, le ricorsività e le problematiche della transizione civile e della trasformazione positiva del conflitto locale in occasione della data simbolo del ventennale (nel 2011) della frammentazione dell’ex - Yugoslavia e dell’apertura delle ostilità in Europa sud-orientale e del successivo ventennale (nel 2012) dell’indipendenza della Bosnia e dell’inizio del conflitto bosniaco, tragedia saliente del nostro tempo e luogo simbolo del conflitto etno-politico tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo.
La ricerca-azione consente dunque di effettuare una ricognizione e una valutazione diretta delle esperienze di relazione e di riconciliazione attive in Bosnia ed Erzegovina, sia attraverso la conoscenza del lavoro delle organizzazioni governative e non-governative dei contesti-obiettivo (fondamentalmente: Sarajevo, Prijedor e Mostar), sia attraverso l’esperienza diretta dei progetti attivati con sostegno locale, nazionale e internazionale. In questo senso, l’obiettivo finale di tale attivazione viene individuato nell’accumulazione di conoscenze necessarie all’azione, sia nella direzione della maturazione della società civile dei territori di provenienza al fine di migliorare la calibrazione delle proposte di intervento locale e di consolidare il sistema di “buone prassi” già disponibili, sia nella direzione della “capacitazione” della società civile dei contesti - obiettivo, attraverso la condivisione di modalità di intervento e la costruzione di reti necessarie ai fini di ulteriori applicazioni presso i diversi attori internazionali (a partire da ONU, UE, OSCE, già attivi nei contesti-target).
Obiettivo Specifico del progetto “Bosnia: i Volti, le Storie” consiste, in linea con le premesse e gli orientamenti sopra delineati, nella realizzazione di una documentazione completa, di carattere multimediale e attraverso tutti gli strumenti della comunicazione sociale, sull’evoluzione dello scenario bosniaco degli ultimi venti anni attraverso una “storia di storie” mediata dai facilitatori locali ed offerta soprattutto da giovani attori di pace attivi nei contesti – obiettivo, al fine di mettere a disposizione delle forze locali di società civile strumenti di riflessione ed auto-riflessione utili ai fini del rafforzamento dei percorsi già attivi di re-umanizzazione delle contro-parti, di riconciliazione e di trasformazione positiva del conflitto etno-politico e dell’opinione pubblica dei contesti di provenienza (napoletano e campano) materiali di conoscenza e di informazione, a forte valenza sia di tipo conoscitivo e relazionale, sia di tipo didattico e formativo, in linea con le precedenti attivazioni in ricerca-azione messe a disposizione dell’opinione pubblica e degli ulteriori percorsi di implementazione didattica presso le scuole e i facilitatori del territorio campano (a partire dai progetti: S.A.R.A. del 2008, “Carovana di Pace nei Balcani” del 2009 e “I Re dei Rom” del 2010).
La ricerca-azione consente di aprire spazi positivi per effettuare incontri, visite e scambi presso delegazioni locali (come nel caso della Agenzia per la Democrazia Locale, ADL a Prjiedor), attori istituzionali di rilievo internazionale e di particolare interesse nell’ambito in questione (come nel caso della Unità Tecnica Locale, UTL di Sarajevo della Cooperazione Italiana), nonché attori sociali particolarmente attivi presso le opinioni pubbliche locali nei percorsi di costruzione della pace (come nel caso del Teatro dei Ragazzi e del Teatro dei Burattini di Mostar). Punto di forza di tale itinerario progettuale è offerto dal pluriennale coinvolgimento di risorse (umane e materiali) di società civile e realtà istituzionali italiane in molte delle istanze individuate tra i beneficiari dell’implementazione (come nel caso del coinvolgimento della Provincia Autonoma di Trento nella Agenzia per la Democrazia Locale di Prjiedor, di numerose realtà socio-culturali, come l’ARCI Cooperazione e Sviluppo di Caserta e la “Galleria Toledo” di Napoli, con il Teatro dei Ragazzi e il Teatro dei Burattini di Mostar e lo stesso ufficio locale della Cooperazione Italiana a Sarajevo), tra cui, segnatamente, il Comune di Napoli e la Regione Campania, già attivi nella regione ed interessati ad un potenziamento dei propri legami economici, socio-culturali ed istituzionali con il Sud-Est Europa in chiave trans-mediterranea, come attestano le esperienze accumulate (XII edizione Biennale “Giovani Artisti dell'Europa e del Mediterraneo”, Napoli, 2005; Progetto “Dialoghi di Pace a Mitrovica” dal 2004; Programma “Italia – Bosnia”: 40 bambini da Sarajevo a Napoli, Napoli, 2008, lo stesso progetto finanziato nell’ambito della l.r. 22/1986 della “Carovana di Pace nei Balcani” 2009 che ha già avuto tra i propri interlocutori locali la ADL di Prijedor, l’UTL di Sarajevo e il Teatro dei Burattini di Mostar e che renderà possibile l’ulteriore consolidamento dei legami internazionali intrapresi).
Le attività previste dal progetto “Bosnia: i Volti, le Storie” sono essenzialmente di tre tipi:
a) attività di “fact-finding”, volte a rintracciare materiali archivistici, giornalistici e documentari in Italia e nei contesti di implementazione necessari ai fini della corretta impostazione della ricerca-azione e quale misura preliminare ad ogni tipo di intervento, volta alla calibrazione delle misure da realizzare e all’impostazione delle attività da eseguire;
b) attività di “contact-building”, da intendersi sia come misura retro-agente (ex ante) sia come condizione di implementazione (in itinere), dal momento che la costruzione di rete è elemento costitutivo necessario a garantire efficacia e sostenibilità all’indagine documentaria e conoscitiva da realizzare nonché all’individuazione e alla valorizzazione dei contatti intrapresi a livello locale, quale misura di facilitazione, accompagnamento e mediazione con gli attori positivi del contesto locale. Nell’ottica della promozione di genere e della valorizzazione delle “peace constituencies”, il lavoro dei facilitatori locali è per di più necessario sia alla riduzione delle minacce relative all’implementazione di una misura di ricerca-azione in uno scenario post-conflittuale quale quello bosniaco ancora gravato da rischi e criticità (separazione inter-comunitaria, diffidenza etno-politica, etno-comunitaria ed etno-religiosa, immagine del nemico e sedimentazione dello stereotipo) sia all’efficacia della proposta di “peace-building” associata all’indagine conoscitiva, nel senso di predisporre il necessario ambiente della fiducia nel contesto locale per la condivisione delle storie e delle memorie e di conseguenza per la raccolta documentaria, meta-testuale e per la ri-produzione multimediale.
Infine, c) attività di “cultural oriented peace-building”, sulla base dei presupposti e dei profili indicati in Pacedifesa e realizzate mediante individuazione dei luoghi e delle storie “necessari” ai fini della ricostruzione del contesto bosniaco e della memoria del conflitto, nella forma di una “storia di storie” attraverso la narrazione delle storie dei ventenni di oggi lungo il cui “sguardo” è possibile leggere non solo gli ultimi venti anni di ri-costruzione della Bosnia dopo gli Accordi di Dayton ma anche le ricorsività del conflitto serbo-bosniaco e croato-musulmano nella Bosnia ed Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Tali storie alimentano, a loro volta, il reportage fotografico, il documentario video e la narrazione scritta attraverso le quali non solo promuovere i contenuti e i risultati della ricerca-azione sugli organi d’informazione e tramite i mezzi della comunicazione sociale ma anche costruire percorsi didattici e formativi, presso le scuole pubbliche e gli attori sociali del territorio di provenienza, quale ulteriore istanza di moltiplicazione in modo da diffondere consapevolezza e attenzione intorno alla riconciliazione in un’area-chiave in vista dell’accesso di nuovi Paesi della regione all’Unione Europea.
Trasferimento (Treno) Napoli Centrale (Caserta) - Roma Termini - Fiumicino Aeroporto: 04 Agosto 2011
Trasferimento (Aereo) Roma Fiumicino – Sarajevo International: 04 Agosto 2011
Permanenza a Sarajevo con possibilità di trasferimento interno a Srebrenica: 04 Agosto - 11 Agosto 2011
Trasferimento (Bus) Sarajevo – Prijedor via Banja Luka: 12 Agosto 2011
Permanenza a Prijedor con possibilità di trasferimento interno a Banja Luka: 12 Agosto - 17 Agosto 2011
Trasferimento (Bus) a Sarajevo e prosecuzione in bus o in “Treno delle Rose” a Mostar: 18 Agosto 2011
Permanenza a Mostar con possibilità di trasferimento (Bosnia - Croazia) a Dubrovnik: 18 Agosto - 23 Agosto 2011
Trasferimento (Bus) a Split (Spalato) in Croazia o a Sarajevo (International) per il rientro (nave o aereo): 25 Agosto 2011
1. Sarajevo. Sarajevo non è solo la città-martire, epicentro della guerra di Bosnia e dell’assedio dei “mille giorni” tra il 1992 e il 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache, che ne hanno lasciato, in diversi punti, sfigurato il volto e lacerate le strutture, ma è anche luogo-simbolo e scenario indimenticabile di ricchezze culturali e di tesori architettonici. Le due città contrapposte di Sarajevo, non esistendo una sola Sarajevo, bensì la Sarajevo propriamente detta in territorio federale croato-musulmano in regime di autonomia speciale e la Sarajevo Orientale (Istocno Sarajevo) nell’entità serbo-bosniaca, la Republika Srpska; il centro storico monumentale della Sarajevo bosniaca, Bašcaršija, con la sua casbah, le vie traverse, la moschea ed il caravanserraglio; il tripudio di moschee integralmente ri-costruite (o edificate ex novo) dopo la guerra, talvolta con finanziamenti di fondazioni pubbliche e private del mondo arabo-islamico; ancora lo storico quartiere di Grbavica, cui dedicare un momento specifico di riflessione, uno dei quartieri teatro dei più intensi e violenti combattimenti tra le truppe bosniaco-musulmane e quelle serbo-bosniache, cui non a caso è stato dedicato uno splendido film (2006) con sotto-titolo “Il Segreto di Esma”. Infine, la valle di Sarajevo, contornata dalle mille colline nella quale la città è incastonata, solo apparentemente circondata, in realtà drammaticamente esposta, come dimostra anche la scelta, da parte della milizia serbo-bosniaca, di istruire una serie di piazze-forti proprio lungo le pendici delle colline, al fine di tenere, durante l’assedio, la città costantemente sotto tiro (Unità Tecnica Locale della Cooperazione Italiana, I.P.S.I.A. Istituto Pace Sviluppo Innovazione A.C.L.I., Associazione "Education Builds Bosnia-Herzegovina")
2. Prijedor. L’Agenzia per la Democrazia Locale (ADL) e il “Progetto Prijedor”, che ne costituisce l’inter-faccia italiana, sono le uniche realtà internazionali di fatto presenti a Prijedor. Prijedor ha rappresentato uno degli esempi negativi di pulizia etnica anti-serba tra i più violenti di tutta la Bosnia; tuttavia, attualmente, la situazione dei rientri è relativamente positiva, dal momento che tutti i serbi sono “formalmente” rientrati (significa che per tutti è stato predisposto il piano e la destinazione di rientro, non significa che tutti siano o siano potuti effettivamente rientrare) e molti hanno avuto modo, grazie alle disposizioni legislative coordinate, di conservare anche le proprie abitazioni all’estero (lo stesso vale per i bosniaci musulmani in questo distretto della Republika Srpska, mentre non altrettanto può essere detto per i profughi serbi dalle Krajine in riferimento alle loro proprietà in Croazia). Come previsto dai format più avanzati nelle disponibilità della Comunità Internazionale, anche l’ADL lavora sulla base del principio cardine del “confidence building”, vale a dire la cosiddetta “equivicinanza”, operando, tanto in direzione dei serbo-bosniaci quanto in direzione dei bosniaci musulmani, in misura eguale, equanime e paritaria, senza inibizioni, limitazioni o discriminazioni di sorta e puntando, attraverso il “community building”, a favorire i processi di ri-conciliazione locale, che seguono tempistica e dinamiche differenti rispetto ai processi di ri-conciliazione di carattere nazionale o su larga scala, perché più direttamente condizionati, in positivo o negativo, dai fattori di vicinanza, comunanza e prossimità. Ciò è reso, come si comprende, ancor più difficile dall’estrema polivalenza del panorama bosniaco (ADL Prijedor e Associazione "Progetto Prijedor").
3. Mostar. La Neretva è il principale fiume dell'Erzegovina e nasce nelle Alpi Dinariche presso Jabuka (80 KM a sud di Sarajevo). Dopo avere attraversato canyon ripidi e imponenti - che si possono ammirare lungo il percorso del “Treno delle Rose” tra Sarajevo e Mostar - ed aver raggiunto la valle principale a Konjic, scorre con maggiore dolcezza per circa 100 KM in direzione nord-ovest, raggiungendo la città di Mostar dove passa sotto il celebre Stari Most - il ponte a schiena d’asino - costruito fra le due rive del fiume nel 1566 dal sultano Solimano il Magnifico, distrutto nel 1993 dall’aggressione croata ed oggi completamente ricostruito grazie all’azione della solidarietà internazionale. Una volta attraversata la città vecchia di Mostar, la Neretva costeggia Pocitelj, incantevole cittadina di epoca ottomana. La spettacolare sorgente del fiume Buna è la più grande in Europa per quantità di acqua alla fonte, con la bellissima Casa dei Dervisci costruita proprio a ridosso della sorgente, ennesima meraviglia naturalistica e culturale. Poi, verso Jablanica, il fiume modifica il proprio corso e si dirige verso sud, bagnando le terre della Croazia e sfociando nell'Adriatico in un delta presso Ploce. Nell'area del delta, la Neretva lambisce il parco naturale di Hutovo Blato: un prezioso concentrato di rarità biologiche. Questo parco naturale, unico dell'Erzegovina, è popolato da infinte specie di uccelli, piante e pesci, ed è caratterizzato da una fitta rete idrografica che dà vita a molteplici sistemi lacustri. Infinite dunque le opportunità turistiche che il Parco offre ai viaggiatori: se ecologia e pace, cura dell’ambiente e del territorio e armonizzazione della congerie e dei rapporti inter-comunitari, devono camminare insieme, questo è davvero il luogo ideale in cui sperimentare questa “contaminazione” tra l’ambiente e la comunità (ADL Mostar e Teatro dei Ragazzi e Teatro dei Burattini)
La valutazione dei contenuti di implementazione del progetto “Bosnia: i Volti, le Storie” è presupposto di qualsivoglia criterio di sostenibilità a lungo termine dell’intervento di ricerca-azione proposto e si presenta “in sé” come un processo complesso. La complessità della valutazione cresce, evidentemente, quando si prova a misurare l’impatto e la sedimentazione di processi interattivi intangibili, attinenti all’ambito della promozione del confronto e della conoscenza inter-culturale, come appunto il processo di trasformazione positiva dei contesti post-conflitto nella specifica situazione della Bosnia-Erzegovina post-Dayton. In un itinerario di tale concezione, anche considerate la sua specificità (la ricerca-azione orientata alla trasformazione positiva secondo l’impostazione di J.Galtung e P.Patfoort) e la metodologia adottata (interattività/sperimentazione: osservazione partecipante, documentazione testuale, storica, memorialistica, audio-visuale e “fact finding”), il processo-chiave diventa quello del potenziamento delle capacità relazionali (“capacity building”), come strumento in grado di superare le limitazioni all’accesso da parte della comunità, oltre che come istanza della trasformazione sociale. Ovviamente è necessario disporre di indicatori precisi e flessibili per esprimere una valutazione efficace circa la sedimentazione, la diffusione e la trasferibilità dei risultati dell’implementazione:
- disponibilità di una procedura chiara (basata sulla ricerca-azione e l’osservazione partecipante);
- fattibilità (basata sul ciclo “in itinere” nei 20 giorni di realizzazione ed “ex-post” di iniziative di diffusione);
- capacità di prendere atto delle trasformazioni complesse (basata sulle istanze di “reciprocità”);
- rispondenza al contesto (basata sull’analisi delle condizioni di trasformazione post-conflitto bosniaco);
- responsabilità dei costi di applicazione (basata sull’iscrizione nel quadro-scambi l.r. 22/1986).
Per quanto riguarda il punto 1) la definizione di una serie di attività consecutive di formazione (ad es. presso le scuole) ed informazione (ad es. presso stakeholder di Terzo Settore), in grado di definire un itinerario procedurale, rappresenta un elemento-chiave per il rispetto di tale condizione. Il progetto svolge quindi un “learning role”, in entrata (presso i soggetti implementanti) e in uscita (presso le comunità di destinazione) costituendo una ricerca-azione orientata a stimolare nuove prospettive di cambiamento funzionale alla trasformazione dei conflitti micro- e meso- e adattabile ai diversi contesti.
Per quanto riguarda il punto 2) relativo alla fattibilità dell’agenda progettuale, esso richiede di tenere conto dei diversi bisogni provenienti dagli stakeholders e dai beneficiari dell’intervento, ma anche di predisporre un calendario delle attività (durante i 20 giorni di realizzazione ed al rientro sul territorio napoletano e campano) nonché un processo decisionale aperto e flessibile, anche come fattore di “empowerment” ed istanza di network-building a livello locale con realtà affini di Terzo Settore.
Per quanto riguarda il punto 3), attinente alla capacità di individuare trasformazioni complesse - intangibili, esso richiede di esplorare interazioni possibili ed influenze reciproche tra i vari elementi della ricerca-azione e le diverse finalità cui esso tende. Non a caso, il progetto punta a tenere insieme la dimensione della conoscenza trans-comunitaria ed inter-culturale quale leva per una cittadinanza universale e quella della capacitazione degli attori in loco, quale strumento di rafforzamento dei potenziali di pace nell’ottica del SCP.
Per quanto riguarda il punto 4), la rispondenza ai contesti-obiettivo è resa dalla importanza accordata, in fase sia di definizione sia di articolazione della traccia progettuale, all’analisi di contesto e bisogni, impostate in maniera tale da evidenziare sia le specificità storico-politiche, sia quelle etno-relazionali, onde rispondere tanto ai bisogni sociali (es. il tema dell’accesso in contesti post-conflitto), quanto ai bisogni formativi (es. i giacimenti socio-culturali nei nostri territori) nell’ottica della promozione dei principi di pace, diritto e nonviolenza.
Il monitoraggio del punto 5) coinvolge la responsabilità del soggetto implementante e l’obiettivo di rispondere alla diversificazione degli approcci con un adeguato utilizzo di risorse. In tal senso, l’intero patrimonio documentario prodotto nel progetto e l’insieme delle attività di sedimentazione sul territorio costituiscono indicatori oggettivi di valutazione del successo dell’azione e vettori di diffusione delle misure intraprese.
La sostenibilità futura del progetto “Bosnia: i Volti, le Storie” a livello locale e l’efficace moltiplicazione dei risultati (out-comes) e dei prodotti (out-puts), vengono ricondotte ai seguenti tre fattori:
1) impiego di risorse disponibili presso le competenze impegnate (personale del soggetto proponente);
2) attivazione di potenziali locali e partecipazione dei beneficiari “target” (condivisione di contesto);
3) adozione di un concerto di buone prassi, orientate alla corretta implementazione della ricerca-azione.
Per buona prassi si intende un esempio di innovazione riuscita, “funzionante” e “funzionale”, trasferibile in altre realtà e rispondente a precisi criteri. Le buone prassi, secondo i cataloghi comunitari, tendono a:
- sviluppare l’efficienza delle strutture potenziando il coordinamento nella fase di implementazione
- migliorare l’erogazione di prodotti/servizi mediante un’adeguata azione di ricaduta locale
- assicurare l’integrazione tra funzioni e fornire la base per la cooperazione/rete tra gli stakeholder
- fornire link cittadini/strutture e sviluppare connessioni (ricerca-azione e conflict management)
Intendendo il Progetto applicare “buone prassi” da trasferire sul territorio di provenienza, i criteri di valutazione rispondono a :
1) motivazione dell’intervento (ricerca-azione: conoscenza funzionale alla trasformazione del conflitto)
2) numerosità delle unità coinvolte (6 unità riferite all’Associazione “Operatori di Pace – Campania” ONLUS con competenze sociologiche, antropologico - culturali, comunicativo - relazionali e di mediazione culturale),
3) contributo ai processi di riforma (la ricerca-azione come vettore di sensibilizzazione e trasformazione),
4) miglioramento nel rapporto con il pubblico (azione di educazione alla pace, alla nonviolenza e alla mondialità),
5) modalità di pubblicizzazione e diffusione dei risultati (pubblicazioni multimediali e diffusione mediatica),
6) modalità di integrazione con la struttura esistente (interlocuzione sociale - istituzionale).
Quanto alla trasferibilità dei risultati, ci si attiene ai seguenti orientamenti generali di trasferibilità.
Criteri generali
a) trasferibilità dei risultati ad altri settori attraverso la raccolta di un’ampia gamma di esperienze relative alla tematica in oggetto (progetti orientati al CBCB "Cultural Based Confidence Building" a partire da progetti affini orientati al “confidence building” in Bosnia ed Erzegovina)
b) impostazione metodologica basata su: individuazione di buone prassi, definizione di linee-guida ed approntamento di cataloghi capaci di raccogliere specificità coerenti con l’elaborazione di standard (documentazione e trasferimento, a partire dal fact finding)
c) incremento della trasferibilità indirizzando l’insieme del materiale ad enti interessati e Terzo Settore.
Criteri specifici
a. Realizzazione di occasioni locali (seminari, conferenze e focus group) di presentazione dei risultati. Indicatori: numero dei seminari, partecipazione di soggetti sociali, coinvolgimento delle istituzioni.
b. Realizzazione, a partire dall’esperienza di confronto maturata all’interno dei seminari, di esperienze di scambio sui singoli progetti di solidarietà internazionale e sulle diverse modalità di attivazione di strategie di confidence building, con specifico riferimento alla trasformazione post-conflitto nei contesti-obiettivo. Indicatori: numero e localizzazione delle esperienze di scambio.
c. Realizzazione di materiali formativi/informativi. Indicatori: esistenza, numerosità e diffusione dei materiali.
Criterio retro-agente di trasferibilità è l’adozione di un approccio metodologico basato sull’analisi SWOT (Strengths Weaknesses Opportunities Threats), applicabile sia come elemento di garanzia qualitativa “del” progetto, sia come elemento di certificazione di qualità “sul” progetto. Esso consiste in una procedura che rende sistematiche e fruibili le informazioni raccolte, contribuendo alla definizione di strategie di intervento (ricerca - azione).
"Bosnia: i Volti, le Storie" prevede attività trasferibili in quanto la ricerca-azione: valuta la consistenza delle tematiche main-streaming; consente di attivare ricerche qualitative e quantitative con elaborazione dati “leggibile”; prevede l’elaborazione di un pacchetto di diffusione di carattere formativo/informativo (documentazione); inoltre: individua una serie di azioni riproducibili sia nella loro totalità (metodologia) sia nelle loro singole componenti (valutazione di impatto, costruzione di legame, coinvolgimento del personale). Attiva inoltre una modalità di cooperazione tra soggetti istituzionali e sociali (a partire dalla associazione proponente “Operatori di Pace – Campania” ONLUS), in cui l’elemento di “rete”, da sviluppare in sinergia con altri attori sociali della trasformazione dei conflitti, resta riproducibile in ulteriori realtà locali, in forza delle sue caratteristiche di capillarità. La creazione di rete e il rapporto orizzontale/territoriale costituisce un eccellente diffusore di esperienze. Infine, i prodotti elaborati nel progetto (il pacchetto documentale e la ricerca audio-visuale) sono trasferibili mediante utilizzazione delle tecnologie della comunicazione.
Coerentemente con l’obiettivo di realizzare un programma di qualità (certificazione funzionale alla trasferibilità) "Bosnia: i Volti, le Storie" segue il criterio di pianificazione cosiddetto PDCA (Plan-Do-Check-Act) per garantire: a) coerenza b) efficacia c) pertinenza e) fattibilità f) sostenibilità
Tale indicazione resta decisiva nell’ambito della ricerca-azione: concorre ad arricchirne il contenuto ed attribuisce un’importante funzione pratico-operativa alla ricerca-azione di pace, non solo sostanziandola dei contenuti della ricerca-azione orientata alla trasformazione sociale, ma soprattutto individuando proprio nella ricerca socio-culturale un terreno privilegiato, per quanto non esclusivo, di attivazione dei potenziali di pace nei contesti-obiettivo, consentendo a pieno titolo la sua iscrizione nel quadro strategico del confidence building quale strategia per la trasformazione costruttiva dei conflitti in ambito non solo internazionale ed etno-politico (proprio del progetto) ma anche locale e di comunità.