I Re dei Rom: Serbia, Romania, Moldova 2010

Oggetto

Il contenuto saliente de I Re dei Rom consiste nella realizzazione di un itinerario di ricerca-azione attraverso i luoghi simbolo della identità sociale e culturale dei popoli Rom dell’Europa centro - orientale, con specifico riferimento alle aree di Belgrado (Serbia), Sibiu e Timisoara (Romania), Chisinau e Soroca (Moldova), quali aree a maggiore concentrazione di misure Rom-oriented sia da parte delle autorità locali sia da parte della comunità internazionale e a prevalente connotazione simbolica dell’universo sociale, comunitario e culturale delle popolazioni Rom europee: il Programma. La ricerca-azione alla quale si informa il progetto resta intesa come metodologia di intervento decisiva ai fini della comprensione del contesto, della registrazione delle evoluzioni dei teatri locali e della verifica preliminare ad una strategia di “intervento civile di pace” basata sul cosiddetto “Peace and Conflict Impact Assessment” (PCIA), con l’obiettivo di calibrare le misure di “trasformazione positiva” del conflitto territoriale di carattere etno-politico o trans-comunitario più adeguate alle caratteristiche del contesto in questione. La ricerca-azione sarà condotta mediante l’adozione dei contenuti della cosiddetta “osservazione partecipante”, basata sull’intervento diretto del personale impegnato “nel” e “sul” conflitto, vale a dire sia attraverso la partecipazione personale ad un’esperienza di costruzione di relazione e di conoscenza on field sia attraverso una valutazione ex-post dei materiali di ricerca acquisiti con specifico riferimento alla documentazione delle localizzazioni tradizionali dei Re dei Rom (tanto i Rom europei, che fanno capo al centro di Sibiu in Romania, tanto i Rom moldavi che fanno riferimento alla città trans-frontaliera di Soroca nella Moldova settentrionale). In tal senso, essa punta all’accumulazione di conoscenze e di legami necessari ai fini della sperimentazione in loco di ulteriori strategie di intervento e di mediazione, basate sulle tecnologie del “cultural-oriented confidence building”, finalizzate alla maturazione di competenze e capacità degli attori di società civile locale ed orientate al consolidamento di itinerari di interpretazione culturale, dialogo sociale e trasformazione positiva del contesto post-conflitto. La ricerca-azione si avvale della raccolta di materiale documentario e audio-visuale che sarà successivamente elaborato e riprodotto come oggetto di sedimentazione e di trasferimento dei risultati; sperimenta, col concorso del personale impegnato, una verifica di fonti/risorse giornalistiche e documentarie ai fini della valutazione preliminare di impatto (fact-finding) e sviluppa una serie di incontri con attori di società civile locale, a partire dalle ONG “Fundatia” {Fundatia “Surorile de Caritate Ioana Antida”} (Bucarest), “La Strada” e “Itaca” (Chisinau) sia per approfondire legami transfrontalieri di società civile sia per conoscere alcuni tra i progetti più significativi (governativi e non-governativi) attivi in loco. Di conseguenza, essa punta sia a costituire un moltiplicatore di esperienze e di conoscenze per gli attori della società civile di provenienza, nel senso di allargare l’orizzonte delle buone prassi messe in opera dalla Regione Campania e dagli attori istituzionali e della cooperazione decentrata in essa attivi, sia una occasione di maturazione e di capacitazione (empowerment) degli attori di società civile di destinazione, consolidando legami, approfondendo la costruzione di rete (networking) e sperimentando l’azione d’intervento nonviolento propria dell’azione di Corpi Civili di Pace a contrasto del conflitto etno-comunitario (questione Rom).

Obiettivi

Nel quadro dell’impostazione strategica della ricerca-azione su I Re dei Rom, obiettivo generale di progetto è la messa in condivisione del patrimonio specifico di una formazione culturale ancora poco conosciuta per quanto presente sui nostri territori e che è doveroso “conoscere per comprendere” (le comunità Rom nelle loro attinenze etno-comunitarie); obiettivo specifico di progetto è lo sviluppo di ponti di fruizione socio-culturale mediante attività di ricerca e documentaria nei luoghi di espressione e manifestazione della soggettività culturale Rom (Museo della Cultura Rom a Belgrado; Sibiu, capitale del Re dei Rom del Mondo; Soroca, capitale del Re dei Rom della Moldavia) consentendo alle amministrazioni locali di fruire di un servizio di sviluppo e alle comunità di destinazione sul territorio della Regione Campania di attraversare “luoghi” di incontro, approfondimento e conoscenza mediante un itinerario da sviluppare di concerto con le amministrazioni stesse, fatto di conferenze pubbliche, sperimentazioni audio-visuali e occasioni interattive. Lungi dal riferirsi esclusivamente ad un ambito di tipo accademico, infatti, la ricerca-azione mette a disposizione le competenze in ambito socio-antropologico-culturale dei professionisti impegnati dall’associazione “Operatori di Pace – Campania” ONLUS, in un percorso più attivo di promozione socio-culturale. Finalità generale dell’impianto complessivo de I Re dei Rom è quella della costruzione di metodologie, risultanze e vettori per il cultural-oriented peace-building nonché della lotta contro il pregiudizio culturale attraverso la conoscenza diretta. Ciò è tanto più rilevante nel caso del popolo Rom che, insieme con il popolo ebraico, costituisce il gruppo più sistematicamente nella storia reso oggetto di riprovazione, emarginazione e segregazione, al punto che è possibile rintracciare a loro riguardo tutti i cinque livelli dell’espressione pregiudiziale di cui alla casistica formulata da Allport: 1) la diffamazione (“I Rom rubano”), 2) la separazione (le baraccopoli-ghetto ai margini delle periferie), 3) la discriminazione (l’esclusione dall’accesso a servizi pubblici), 4) la violenza (dimostrata dai ripetuti episodi di intolleranza, aggressioni e lesioni a persone e beni) e, non meno importante, 5) lo sterminio (quello perpetrato dal regime nazista tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso).

Si ritiene altresì che i vettori di conoscenza, relazione e fiducia, basati sull’impostazione socio-culturale della ricerca-azione, possano offrire un contributo importante non solo al miglioramento delle condizioni di “prossimità” tra le comunità migranti e quelle residenti, ma soprattutto alla riduzione delle circostanze che alimentano i fenomeni di intolleranza, aggressività ed emarginazione. Questo aspetto risulta decisivo nel senso delle ricadute territoriali e del trasferimento/sedimentazione di progetto. Nel contesto metropolitano partenopeo, infatti, si verificano cinque delle dieci condizioni di insorgenza del pregiudizio razziale (e.g. anti-Rom) individuate da Allport, trattandosi di un contesto che: 1) amplifica le separazioni per linee etno-comunitarie sulla base delle differenze etniche, religiose e linguistiche; 2) moltiplica l’incomprensione reciproca tra sostenitori del nuovo (integrazione) e del vecchio (separazione) intesi come termini socio-culturali; 3) non promuove una completa e diffusa informazione sul gruppo-target; 4) non è in grado di gestire l’incremento demografico che determina la “paura del numero” nei confronti della comunità-target e 5) alimenta, attraverso l’educazione, una cultura sostanzialmente “etno-centrica” (e.g. euro-centrica) che induce a guardare all’ “altro-da-sé” con ostilità piuttosto che con rispetto. (cfr. Allport G. W., 1973). In questa situazione sociale tendono, evidentemente, a moltiplicarsi i fenomeni di intolleranza ed i casi di violenza ai danni delle comunità altre. Nel caso dei Rom, in particolare, già molti anni prima delle recenti insorgenze legate ai noti fatti di cronaca, sui quali pure nessuna indulgenza o “sociologismo” è tollerabile, studi statistici hanno potuto riscontare una percezione sociale diffusa di “diffidenza” e/o “ostilità”. E’ facile immaginare che una condizione psico-sociale di questo genere possa generare conflitto sociale (nella dimensione meso- tipica delle comunità territoriali) e, su scala generale, fare da detonatore per conflitti internazionali di più ampia portata (nella dimensione macro- dei conflitti di tipo “etno-politico”), nel senso di creare le condizioni per la diffusione del pregiudizio sociale, della costruzione dello stereotipo e, attraverso questo, della raffigurazione dell’altro come “nemico” o “minaccia” all’ordine costituito. E’ in questo senso che I Re dei Rom si iscrive nell’ambito dell’azione culturale a destinazione sociale, ponendosi in continuità con l’azione di promozione sociale propria del mandato del cultural peace-building.

Beneficiari

Alla luce della sua impostazione concettuale, operativa e metodologica, il progetto de I Re dei Rom individua tre tipologie di destinatari:

1. destinatari di primo livello (beneficiari ultimi dell’implementazione) sono le realtà sociali appartenenti alle comunità locali di destinazione progettuale, in primo luogo le comunità Rom di destinazione in quanto attori del processo socio-comunitario locale (Belgrado, Timisoara, Sibiu, Chisinau, Soroca) e quindi le associazioni attive nelle aree di implementazione (Fundatia “Surorile de Caritate Ioana Antida”, Bucarest; “La Strada” e “Itaca”, Chisinau).

All’obiettivo specifico della ricerca-azione, di individuare realtà ed istanze progettuali con le quali interagire e costruire rapporti di conoscenza e di rete, corrisponde una platea di destinatari costituita dalle diverse soggettività interessate, con le quali il progetto renderà possibile non solo l’ipotesi di costruzione di rete ma anche di co-implementazione su progettualità specifiche di interesse comune, nell’ottica del network-building e dell’empowerment di comunità locale, per un numero complessivo stimato di soggetti destinatari di primo livello pari a 20 unità, di cui 10 direttamente interessati alle istanze di relazione continuativa con le strutture sociali/territoriali di provenienza e 10 direttamente interessate alle azioni civili di pace tra cui la proposta di co-implementazione nella prospettiva del corpo, intervento o servizio civile di pace locale quale agente di mediazione e facilitazione di comunità;

2. destinatari di secondo livello sono gli operatori sociali, vale a dire tutti gli operatori di settore già attivi nelle organizzazioni direttamente e indirettamente coinvolte dalla ricerca-azione, a partire dal personale dell’Associazione proponente, delle Associazioni con le quali sono stati stipulati partenariati e protocolli di intesa e degli attori che hanno cooperato nell’ambito dei progetti ad implementazione locale, a partire dal progetto della ONG “Itaca”: “Misure di Contrasto al Traffico dei Minori in Moldova” (CE - Programma 2009/1556290).

Nell’ambito dell’impianto metodologico previsto e nel senso della co-facilitazione del programma di implementazione, il numero di unità coinvolte nell’esercizio progettuale è pari a 4 unità dell’associazione proponente (e realtà collegate);

3. destinatari di terzo livello sono gli studenti e le studentesse delle scuole-target interessate dall’implementazione del progetto di formazione Info-EaS (MAE) coordinato dal Tavolo ICP denominato “Interventi Civili di Pace” (8 scuole nell’area metropolitana di Napoli, per un totale di 8 gruppi-classe coinvolti sul territorio, pari a stimati 160 studenti coinvolti), coi rispettivi insegnanti (pari a un referente per classe, quindi 8 docenti nelle scuole-obiettivo) e famiglie (per un numero stimato complessivo di 320 persone coinvolte) nonché la cittadinanza dei contesti target.

Crono - Programma

19 agosto 2010 (giovedì): Napoli Capodichino – Budapest, partenza 08:10 arrivo 09:45; Budapest – Belgrado; Treno “Avala” partenza 13:00 arrivo 20:35

22 agosto 2010 (domenica): Belgrado – Bucarest; Treno IC INT 361, partenza 15:50 arrivo 05:37 (23 agosto)

23 agosto 2010 (lunedì): Bucarest Airport (OTP) – Sibiu: partenza 21:10 arrivo 22:00

26 agosto 2010 (giovedì): Sibiu - Bucarest Airport (OTP): partenza 06:05 arrivo 06:55; Bucarest – Chisinau; Treno “Prietenia”, partenza 19:50 arrivo 09:00 (27 agosto) o Bus "Torpedo", partenza 19:00 arrivo 06:35 (27 agosto)

27 agosto: Festa Nazionale dell’Indipendenza della Moldova , Chisinau

30 agosto 2010 (lunedì): Chisinau 08:00 - Soroca 10:45 (Mashrutka)

31 agosto: Festa Nazionale della Madrelingua della Moldova, Soroca

01 settembre 2010 (mercoledì): Soroca 14:00 - Chisinau 16:45 (Mashrutka); Chisinau - Bucarest: Treno “Prietenia”, partenza 17:10 arrivo 07:00 (2 settembre) o Bus "Torpedo" partenza 19:00 arrivo 06:35 (2 settembre)

02 settembre 2010 (giovedì): Bucarest Airport (Baneasa) - Napoli Capodichino; partenza 16:10 arrivo 17:15

Modalità di Svolgimento: Istanze di Conoscenza

Belgrado (Serbia): Istanza prioritaria ai fini della comprensione della cultura Rom, il 20 ottobre 2009 è stato aperto a Belgrado il Museo della Cultura Rom, prima istituzione di questo tipo ad essere avviata nel sud-est europeo e una delle poche nel genere in tutto il mondo. La particolarità del museo risiede nel fatto che vi si parli dei Rom in una veste particolare, cioè come produttori di cultura non solo orale ma anche scritta. Una prospettiva che permette di indagare settori di questa tradizione semi-sconosciuti ai profani quali la letteratura, la poesia, la linguistica. Il Museo vuole dare una voce alla cultura Rom che si è sviluppata in Serbia, ma il tema può avere interesse anche al di fuori del Paese. Molte sono, infatti, le comunità che da queste aree sono fuggite in altri Paesi durante gli anni Novanta. Inoltre, l’esistenza di una cultura comune alle varie comunità, per quanto esse siano rimaste separate le une dalle altre per secoli, è testimoniata dall’esistenza di una lingua comune - il romané - derivata dal sanscrito, per quanto divisa in una miriade di dialetti influenzati dalle lingue parlate nei territori di insediamento - e di motivi e forme letterarie comuni - leggende e storie popolari. La letteratura Rom rappresenta in tal senso un vettore fondamentale per una ricerca-azione orientata alla comprensione e alla ri-composizione. La letteratura Rom ha delle evidenti similitudini con la letteratura degli ebrei e con quella di altri popoli che hanno sofferto l’esodo e l’olocausto. Vivere senza una casa e senza una tomba, essere dovunque un ospite senza nessun luogo d’origine, dividere il tempo tra il prima e il dopo Auschwitz, che per i Rom ha significato il Porajmos, il Grande Divoramento, e oltre a ciò rimanere fedeli alla vita e ai valori umani di base: questo è il nucleo dei temi della letteratura Rom, che offre diverse affascinanti figure di scrittori, poeti e intellettuali. Tra questi, Gina Ranjicic, nata intorno alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, prima poetessa romané, le cui poesie furono tradotte in varie lingue, e Slobodan Berberski, attivista del movimento operaio tra le due guerre mondiali, poeta, studioso e sostenitore dei diritti della comunità Rom nella Jugoslavia socialista, nonché fondatore del movimento Rom a livello mondiale. Ovviamente, se si parla della produzione culturale Rom in Serbia, non si può omettere di citare la difficile situazione socio-economica nella quale vi versa la popolazione Rom, che conta circa 500 mila persone (almeno il 20% vive a Belgrado), al cui interno non più del 30% è alfabetizzato. Il sostegno dato dalle autorità cittadine all'apertura del suddetto museo, peraltro, non è scevro da contraddizioni. Il sindaco di Belgrado, Dragan Ðilas, che è stato tra i fautori dell’apertura del Museo e tra i sostenitori dell’enorme contributo dato dalla cultura Rom a quella serba, è lo stesso ad aver fatto forzatamente sgomberare diversi insediamenti Rom nelle periferie della capitale. Molto interessante, ai fini della ricerca-azione, l’allestimento negli spazi museali di una mostra letteraria permanente, che intende mostrare la ricchezza della cultura scritta rom. Viene esposto il primo testo in lingua romané del 1537, il primo libro in serbo sulla cultura Rom pubblicato nel 1803, anno in cui in Serbia vennero stampati solo dieci libri, uno dei quali si occupa dei Rom. I Rom accedono molto presto alla comunicazione di massa, nel 1935 a Belgrado nasce un giornale rom (scomparso). Sono esposti una trentina di dizionari, oltre a una decina di Bibbie tradotte in romané. È chiaro che una lingua nella quale si può tradurre la Bibbia deve essere per forza di cose complessa e ciò parla a favore della cultura rom. D’altro canto, in Serbia, i media attraverso cui si esprime la cultura Rom sono pochi. Esiste una trasmissione radiofonica in serbo e in romané che viene trasmessa da Radio Belgrado, una trasmissione televisiva a Novi Sad e una casa editrice a Belgrado, RomInterPress, che ha edito varie monografie, tra cui l’opera “I Rom a Belgrado”. In occasione dell’anniversario (2009) della Caduta del Muro di Berlino, si è molto dibattuto della memoria storica del socialismo. Per quello che riguarda la condizione dei Rom nella ex Jugoslavia, allora era certo migliore. Innanzitutto, i Rom erano obbligati ad andare alle scuole dell’obbligo, molti finivano le superiori o l’università, tra questi intellettuali del calibro di Dragoljub Ackovic, Trifun Dimic, Rajko Ðuric e altri. Inoltre, il governo socialista si relazionava in modo corretto con la comunità Rom e nessuno si permetteva di maltrattare un Rom perché sarebbe stato punito. Durante gli anni ’80 - ’90 la situazione generale è peggiorata e di conserva è peggiorata quella dei Rom. In Jugoslavia viveva una grande concentrazione di Rom, circa 1.200.000 persone, il 10% della popolazione, ma con il crollo del Paese si è perso potere e le comunità Rom si sono trovate frammentate all’interno dei nuovi Stati nazionali nati dalle ceneri del conflitto etno-politico, guardati spesso con sospetto, se non perfino con ostilità, odio e livore (comunità Rom in Bosnia e Kosovo). Inoltre, durante le guerre degli anni ’90, un gran numero di Rom è stato ucciso, un numero ancora più alto, specie dalla Bosnia e dal Kosovo, è fuggito all’estero. Durante le guerre sono scomparse 300.000 persone, scappate da qualche parte e delle quali si sono perse le tracce. Nonostante questo si può dire che i Rom della ex Jugoslavia si comportano ancora come se fossero parte dello stesso Paese; le frontiere istituzionali e i problemi politici che sono stati creati non interessano ed è per questo che le culture comunitarie Rom rappresentano un potente vettore di ri-composizione e di cultural-oriented peace building. Vi sono molti contatti con le comunità Rom all’estero e ciò viene facilitato dai mezzi di comunicazioni più avanzati che in alcuni casi permettono loro di sentirsi come parte di un unico Paese. Cfr. Muzej Romske Kulture

Sibiu (Romania): Sibiu è capitale comunitaria dei Rom esattamente come Les Saintes Maries de La Mer (di cui ad una precedente implementazione degli “Operatori di Pace – Campania” ONLUS) è capitale spirituale, in quanto sede del Re dei Rom del Mondo, Florin Cioaba. Florin Cioaba vive nella Municipalità di Sibiu, in Romania, Paese che, dal 1° gennaio 2007, è entrato a far parte della Unione Europea. Di conseguenza, dal 2007, l’Europa conta circa 6 milioni di Rom che adesso possono ottenere più visibilità per i loro diritti e più tutela per la loro identità. La famiglia Cioaba, ufficialmente riconosciuta, guida da generazioni il popolo dei Rom. Negli anni Sessanta, Ion Cioaba ha cercato di integrare i Rom nella società. Agli inizi degli anni Novanta, i Rom hanno voluto un Re che li rappresentasse e si battesse per i loro diritti. Così Ion Cioaba da “Balibaša”, che in romané significa “capo”, è diventato Re. Dopo la sua morte, nel 1997, il figlio ha ereditato il titolo di Re dei Rom del Mondo, vale a dire Re mondiale dei Rom. I Rom affrontano oggi la realtà nuova dell’ingresso di numerose comunità Rom nella UE. Dal 2000 l’UE sta cambiando il destino dei Rom europei. Dal 2004 esiste lo European Roma and Travellers Forum, sorta di mini-parlamento, di cui il Re fa parte in qualità di vice-presidente dell’Unione dei Rom; dal 1996 esiste una agenzia internazionale fondamentale ai fini del monitoraggio e della tutela dei diritti delle comunità Rom europee, vale a dire l’ERRC, European Roma Rights Centre, che si è visto opportunamente in azione anche durante gli sgombri forzosi e violenti, come quello di Opera (Milano), e i roghi xenofobi, come quello di Ponticelli (Napoli). Oggi, nessun Paese europeo ha una legislazione che discrimina esplicitamente i Rom, sebbene nella sfera politica locale i Rom siano ampiamente discriminati. L’ultimo rapporto UE ne evidenzia una tendenza crescente. Le maggiori preoccupazioni dei Rom sono per questo, così come per le cure mediche e la situazione abitativa. All’interno della UE, ogni Paese segue una strategia nazionale, non una strategia concordata a livello europeo, di cui vi sarebbe bisogno. Anche la Romania si è dotata di una strategia nazionale, per quanto minimale: in alcune scuole elementari, in un liceo e in un’università di Bucarest viene insegnata la lingua romané, ma spesso i programmi UE non vengono realizzati, perché non sono graditi alla maggioranza della popolazione. È chiaro che l’ingresso di nuove comunità Rom all’interno dei confini UE produrrà cambiamenti. Ma il cambiamento non deve avvenire bruscamente, con la polizia fuori dalla porta e la malavita con bastoni, catene e molotov alla mano. La maggiore preoccupazione dei Rom, comunque, è un’altra: quella di garantire migliori condizioni di vita e di lavoro e di riuscire a sintetizzare tutti gli interessi delle diverse comunità Rom. Oggi, ci sono più di 250 organizzazioni rom solo in Romania. Va creata una rappresentanza unificata in grado di unificare le rivendicazioni per i diritti. In Romania ci sono due diverse proposte sul metodo di integrazione dei Rom: la prima sostiene il rafforzamento di questa minoranza etnica attraverso la creazione di proprie scuole, la seconda auspica che i Rom vengano trattati come i rumeni. Il problema dell’integrazione è prima di tutto il problema dell’accoglienza. Rispetto a prima, i Rom sono sufficientemente integrati nella società rumena. Vi sono professori universitari, giornali rom, rappresentanti rom al governo rumeno. I Rom non hanno bisogno di particolari programmi di integrazione da parte della UE, quanto di piani per l’occupazione, la salute e la tutela della lingua, della cultura e dell’identità. Mancano posti di lavoro che permettano ai Rom di dedicarsi ai loro antichi lavori secolari, perché solo attraverso la valorizzazione delle culture materiali sarà possibile conservare e tramandare la cultura dei popoli Rom. Cfr. CaféBabel)

Tra Chisinau e Soroca (Moldova): Nel 1998, quando morì il Re dei Rom della Moldavia, figura tradizionale e carismatica, Mircea Cerari aveva 60 anni. A Soroca, dove viveva, si radunò una folla enorme. Rom da Chisinau, da tutta la Moldova e dai Paesi limitrofi giunsero al villaggio per l’ultimo saluto al “Re dei Rom”. Per alcuni giorni la cittadina accolse uno dei più grandi raduni Rom del dopo-guerra. L’organizzazione del funerale richiese due settimane, tuttavia l’ammirazione con cui ancora oggi i partecipanti ricordano il giorno valse lo sforzo. Il corteo funebre, circondato da due ali di folla, accompagnò, per le strade del quartiere Rom fino al luogo della sepoltura, la bara del Re, costruita in cristallo e tanto ampia da contenere un televisore a colori, un fax e un cellulare, proprio come aveva disposto il Re prima di morire. Artur Cerari, figlio e successore di Mircea, ha scritto che il padre Mircea fu proclamato Re dei Rom di Moldova e balibaša (capo) della comunità gitana di Soroca nel 1972. Un Re auto-proclamato, senza regno ma certo con un popolo, vista l’affluenza al suo funerale. Nonostante il titolo, fino al 1985, il Re aveva lavorato come idraulico. Poi, approfittando degli spazi aperti dalla Perestroika, aveva fondato una cooperativa specializzata in tessuti. L’azienda aveva aperto succursali nel resto del Paese, arrivando ad impiegare centinaia di operaie. Il successo imprenditoriale aveva fornito a Cerari denaro sufficiente per soddisfare i suoi desideri: una limousine nera, come i capi di Stato, un palazzo a tre piani con il tetto decorato di torri e guglie, sul modello di quelli degli emiri che aveva visto durante i suoi viaggi di lavoro. Artur Cerari, pur avendo ereditato il titolo di Re, preferisce farsi chiamare “Barone dei Rom di Moldova”, anche questo, peraltro, titolo tradizionale e riconosciuto presso le comunità Rom orientali. Come “Lo Zingaro Barone” di Johan Strauss. A dispetto delle ricorsività culturali e comunitarie, la condizione Rom a Soroca è certamente unica e poco rappresentativa. Il che è dovuto a circostanze storiche e congiunturali. Gli abitanti di Soroca sono visti come una specie di aristocrazia gitana. La maggioranza dei Rom moldavi, viceversa, vive come il resto della popolazione senza distinzioni di appartenenza etnica. Un tempo lavoravano nei kolchoz, ora, con la privatizzazione, molti possiedono piccoli appezzamenti di terra, in condizioni generali di povertà. La Moldova, infatti, è il Paese più povero d’Europa, segnato da profonda instabilità politica. Per di più i casi di razzismo, marginalizzazione e discriminazione sono all’ordine del giorno e le aggressioni, le ingiurie e gli attacchi violenti contro i Rom numerosi. Inoltre, ci sono sacche di profondo degrado, miseria e povertà. Sempre in Moldova, Schinoasa (Tibirica) è una di queste realtà, molto significativa, ma per un verso diametralmente opposto. Un villaggio fantasma dove abitano settanta famiglie Rom, senza corrente elettrica, senza acqua corrente, senza servizi, scuola, ospedale, in una parola, senza lavoro, speranze e prospettive. Manca perfino il sindaco, ragion per cui quando fu fatta la divisione della terra del kolchoz nessuno negoziò per gli abitanti del villaggio e la terra finì agli abitanti della vicina Tibirica, privando i Rom di Schinoasa dell’unica fonte di sostentamento. A proposito del Re dei Rom di Moldova, è interessante osservare il fatto che alcuni ritengano che i Rom non hanno nessun Re, semplicemente una persona detta barone, dal romané “Baro Rom”, capo-famiglia. Alcuni Rom, in ogni caso, ignorano questa presenza, pur importante sia tra i Rom sia tra i Gagé (non-Rom), almeno come riferimento socio-culturale. Cfr. “Roma In Moldova”: ERRC)

Soroca (Moldova): Soroca, storico avamposto dell’Impero Austro-Ungarico, è oggi conosciuta come la capitale dei Rom della Moldavia (Repubblica Moldova). Famosa è la “Collina degli Zingari” popolata pressoché esclusivamente dai Rom con le loro singolari abitazioni. Tuttavia, la principale attrazione è “la Fortezza” che si trova nel cuore della città, lungo la riva destra del fiume Nistru. Nel periodo medievale la fortezza faceva parte di un vasto sistema difensivo del Principato di Moldova che comprendeva 4 fortificazioni sul Nistru, 2 sul Danubio e 3 nella parte nord del Paese. In questo modo, con un sistema difensivo a forma di cintura, erano protetti tutti i confini. La fortezza di Soroca è stata costruita sulle rovine di una vecchia fortificazione pre-esistente. Nel 1499, all’ordine del Voivoda Stefano il Grande, fu eretta una fortezza quadrata di legno al posto dell’antica fortezza genovese (Alciona). Successivamente, nel 1543-1546, durante il periodo del principato di Petru Rares, la fortezza fu ricostruita in pietra, com’è oggi, rotonda e con un diametro di 37.5 metri, con cinque bastioni uguali equidistanti tra loro. I mastri costruttori misero alla base dei loro calcoli la legge suprema dell’armonia, la “sezione aurea”, fatto che ha reso unica nel suo genere la fortezza, collocandola peraltro tra i migliori esempi di architettura difensiva d’Europa. La fortezza di Soroca è conosciuta anche come il luogo in cui si unirono gli eserciti moldavo e russo capitanati rispettivamente dal celebre Dimitrie Cantemir e dallo Zar Pietro I nel periodo della campagna contro gli invasori ottomani del 1711. La fortezza è l’unico monumento medievale in Moldova che si è conservato così come fu concepita in origine e nel bastione d’entrata c’è una piccola basilica militare. Di interesse panoramico è la Lumanarea Recunostintei (Candela della Riconoscenza), monumento situato sulla collina meridionale della città formato da 600 gradini che salgono dal fiume Nistru fino alla cima della collina di Soroca sul cui culmine sorge una cappella a forma di candela alta 29.5 metri. La sua illuminazione notturna è visibile fino alle città di Otaci, Camenca e nella rivierasca Ucraina, che si affaccia dalla parte opposta. Limes e Buffer, insieme, da questa altura può essere ammirato un paesaggio pittoresco incomparabile. Soroca si trova oltre 150 KM a nord di Chisinau, la capitale. Distesa lungo la riva sinistra del fiume Prut, dal lato opposto c’è l’Ucraina, verso sud est, costeggiante la sponda orientale del fiume Nistru (Dniestr), la repubblica auto-proclamata indipendente di Transnistria, luogo di vaneggio e di traffici, riconosciuta di fatto dalla Federazione Russa, che vi ospita un contingente militare d’interposizione, ma formalmente solo dalle Repubbliche separate di Abkhazia e Ossezia Settentrionale. In lontananza, quando il villaggio appare ancora distante, si scorge la “Collina dei Rom”, dove risiedono ca. cinquemila Rom, cuore pulsante di Soroca. Dopo la monotonia dell’architettura sovietica si profila un museo dell’architettura a cielo aperto: tetti di latta lavorati a mano, guglie e pennacchi, pagode cinesi e fontane di marmo bianco con statue di coccodrilli a fare la guardia, leoni e capitelli (dorici, ionici e corinzi), stucchi e marmi, archi moreschi e balconi liberty in ferro battuto. La “Collina dei Rom” è una sarabanda di innesti, accostamenti spettacolari, un trionfo di kitch e fantasy. Il quartiere appare come un’accozzaglia di sogni, storie, viaggi, fascinazioni, ricordi fusi insieme nella totale anarchia. Nella Moldova che guarda al passato sovietico con malinconia, i Rom di Soroca sono stati capaci di trovare le risorse per cavalcare i tempi, balzando sulla tigre turbo-capitalistica senza però lasciarsene travolgere. Imprenditori, commercianti, faccendieri, le famiglie Rom hanno tratto beneficio dalla loro abilità a tessere relazioni dentro e fuori il Paese. I viaggi frequenti in Russia e Ucraina, come nelle altre ex-repubbliche sorelle, hanno creato una fitta rete di scambi e commerci, legali ed illegali (ma i confini in questa parte di mondo sono molto più labili di quanto si pensi), che hanno prodotto enormi ricchezze. Il contrasto tra il ricco quartiere Rom e il resto del villaggio di Soroca è evidente. Case cadenti ed abbandonate, muri sberciati e strade dissestate si scorgono guardando a valle dai giardini curati delle case Rom. Il quartiere Rom è cresciuto e si è trasformato vertiginosamente negli ultimi anni. Palazzi imponenti, auto lussuose e gioielli fiammeggianti sono gli oggetti più eclatanti di questo nuovo benessere ampiamente esibito. I Rom hanno acquistato molti terreni coltivabili, diventando datori di lavoro per la manovalanza locale, che si riunisce davanti alla “Casa dell’Agricoltura”. Una condizione unica e drammatica, vettore di sperequazioni e interrogazioni. Cfr. Città di Soroca)

Valutazione

La valutazione delle modalità di implementazione e dei contenuti di sedimentazione del progetto I Re dei Rom è una misura della sostenibilità a lungo termine della ricerca-azione e si presenta “in sé” come un processo complesso. La complessità della valutazione cresce col provare a misurare impatto e sedimentazione di processi interattivi intangibili, attinenti all’ambito della promozione di confronto inter-culturale, quale il processo di trasformazione sociale attraverso la conoscenza inter-comunitaria dell’universo semantico Rom dell’Est Europa. In un progetto di tale concezione, considerata la sua specificità (l’esplorazione di un contesto semantico-folklorico ed etno-rituale) e della metodologia adottata (osservazione partecipante interattiva), un processo-chiave diventa quello del potenziamento delle capacità relazionali (capacity building), come strumento in grado di superare le limitazioni all’accesso da parte della comunità, oltre che come istanza della trasformazione sociale. Ovviamente è necessario disporre di indicatori precisi e flessibili per esprimere una valutazione circa la sedimentazione finale:

- disponibilità di una procedura chiara (basata sulla metodologia di ricerca-azione);

- fattibilità (basata sul ciclo “in itinere” nei giorni di ricerca-azione ed “ex-post” di iniziative di diffusione);

- capacità di prendere atto delle trasformazioni complesse (basata sulle istanze di “reciprocità”);

- rispondenza al contesto (basata sull’analisi delle condizioni di trasformazione culturale del popolo Rom);

- responsabilità dei costi di applicazione (basata sul co-finanziamento e l’iscrizione nel quadro-scambi l.r. 22/1986).

Per quanto riguarda il punto 1) la definizione di una serie di attività consecutive di formazione (e.g. presso le scuole) ed informazione (e.g. presso stakeholder di Terzo Settore), in grado di definire un itinerario procedurale, rappresenta un elemento-chiave per il rispetto di tale condizione. "I Re dei Rom" svolge quindi un learning role, in entrata (presso i soggetti implementanti) e in uscita (presso le comunità di destinazione) costituendo progetto di ricerca-azione orientato a stimolare nuove prospettive di cambiamento funzionale alla trasformazione dei conflitti micro- e meso- e adattabile ai diversi contesti.

Per quanto riguarda il punto 2), quello relativo alla fattibilità dell’agenda progettuale, esso richiede di tenere conto dei diversi bisogni provenienti dagli stakeholders e dai beneficiari dell’intervento, ma anche di predisporre un calendario delle attività (in implementazione ed al rientro) nonché un processo decisionale aperto e flessibile, anche come fattore di empowerment ed istanza di network-building a livello locale con realtà affini di Terzo Settore.

Per quanto riguarda il punto 3), attinente alla capacità di individuare trasformazioni complesse - intangibili, esso richiede di esplorare interazioni possibili ed influenze reciproche tra i vari elementi della ricerca-azione e le diverse finalità cui esso tende. Non a caso, la ricerca-azione punta a tenere insieme la dimensione della conoscenza trans-comunitaria e inter-culturale quale leva per una cittadinanza universale e quella della formazione degli operatori, quale strumento di capacitazione dei potenziali di pace.

Per quanto riguarda il punto 4) esso rappresenta uno snodo-chiave. La rispondenza ai contesti-obiettivo è resa dalla importanza accordata, sia in fase di definizione sia di articolazione della traccia progettuale, all’analisi di contesto e bisogni, impostate in maniera tale da evidenziare sia le specificità storico-politiche, sia quelle etniche e relazionali, onde rispondere tanto ai bisogni sociali (e.g. il tema dell’accesso in contesti post-conflitto), quanto ai bisogni formativi (e.g. i giacimenti socio-culturali originari).

Il monitoraggio del punto 5) coinvolge la responsabilità del soggetto implementante e l’obiettivo di rispondere alla diversificazione degli approcci con un adeguato utilizzo di risorse. In tal senso, l’intero patrimonio documentario prodotto nella ricerca-azione e l’insieme delle attività di sedimentazione sul territorio costituiranno indicatori oggettivi di valutazione del successo dell’azione e vettori di diffusione.

Trasferibilità

La possibilità di una sostenibilità de "I Re dei Rom" a livello locale e di un’efficace moltiplicazione dei risultati (outcomes) e dei prodotti (outputs) di implementazione, viene ricondotta ai seguenti tre fattori:

1) impiego di risorse/capacità disponibili per le competenze impegnate (personale dell’ass. proponente);

2) attivazione di potenziali locali e partecipazione dei beneficiari “target” (condivisione di contesto);

3) adozione di un concerto di buone prassi, orientate alla corretta implementazione della ricerca-azione.

Per buona prassi si intende un esempio di innovazione riuscita, “funzionante” e “funzionale”, trasferibile in altre realtà e rispondente a precisi criteri. Le buone prassi, secondo i cataloghi comunitari, tendono a:

- sviluppare l’efficienza delle strutture potenziando il coordinamento nella fase di implementazione

- migliorare l’erogazione di prodotti/servizi mediante un’adeguata azione di ricaduta locale

- assicurare l’integrazione tra funzioni e fornire la base per la cooperazione/rete tra gli stakeholder

- fornire link cittadini/strutture e sviluppare connessioni (ricerca-azione e conflict management)

Intendendo il Progetto applicare “buone prassi” da trasferire sul territorio di provenienza, i criteri di valutazione rispondono a :

1) motivazione dell’intervento (ricerca-azione: conoscenza funzionale alla trasformazione del conflitto)

2) numerosità delle unità coinvolte (unità dell’Associazione “Operatori di Pace – Campania” ONLUS con competenze sociologiche, antropologico-culturali e di mediazione culturale),

3) contributo ai processi di riforma (la ricerca-azione come vettore di sensibilizzazione/trasformazione),

4) miglioramento nel rapporto con il pubblico (azione di educazione alla pace, alla inter-cultura e alla mondialità),

5) modalità di pubblicizzazione e diffusione dei risultati (pubblicazioni, mostre e conferenze),

6) modalità di integrazione con la struttura esistente (interlocuzione sociale- istituzionale).

Quanto alla trasferibilità dei risultati, ci si attiene ai seguenti orientamenti generali di trasferibilità.

Criteri generali

a) trasferibilità dei risultati ad altri settori attraverso la raccolta di un’ampia gamma di esperienze relative alla tematica in oggetto (progetti orientati al CBCB "Cultural Based Confidence Building" in Serbia, Romania, Moldova)

b) impostazione metodologica basata su: individuazione di buone prassi, definizione di linee-guida ed approntamento di cataloghi capaci di raccogliere specificità coerenti con l’elaborazione di standard (documentazione e trasferimento, a partire dal fact finding)

c) incremento della trasferibilità indirizzando l’insieme del materiale ad enti interessati e Terzo Settore.

Criteri specifici

a. Realizzazione di occasioni locali (seminari, conferenze e focus group) di presentazione dei risultati. Indicatori: numero dei seminari, partecipazione di soggetti sociali, coinvolgimento delle istituzioni.

b. Realizzazione, a partire dall’esperienza di confronto maturata all’interno dei seminari, di esperienze di scambio sui singoli progetti di solidarietà internazionale e sulle diverse modalità di attivazione di strategie di confidence building, con specifico riferimento alla trasformazione post-conflitto nei contesti-obiettivo. Indicatori: numero e localizzazione delle esperienze di scambio.

c. Realizzazione di materiali formativi/informativi. Indicatori: esistenza, numerosità e diffusione dei materiali.

Criterio retro-agente di trasferibilità è l’adozione di un approccio metodologico basato sull’analisi SWOT (Strengths Weaknesses Opportunities Threats), applicabile sia come elemento di garanzia qualitativa “del” progetto, sia come elemento di certificazione di qualità “sul” progetto. Esso consiste in una procedura che rende sistematiche e fruibili le informazioni raccolte, contribuendo alla definizione di strategie di intervento (ricerca - azione).

"I Re dei Rom" prevedono attività trasferibili in quanto la ricerca-azione: valuta la consistenza delle tematiche main-streaming; consente di attivare ricerche qualitative e quantitative con elaborazione dati “leggibile”; prevede l’elaborazione di un pacchetto di diffusione di carattere formativo/informativo (documentazione); inoltre: individua una serie di azioni riproducibili sia nella loro totalità (metodologia) sia nelle loro singole componenti (valutazione di impatto, costruzione di legame, coinvolgimento del personale). Attiva inoltre una modalità di cooperazione tra soggetti istituzionali e sociali (a partire dalla associazione proponente “Operatori di Pace – Campania” ONLUS), in cui l’elemento di “rete”, da sviluppare in sinergia con altri attori sociali della trasformazione dei conflitti, resta riproducibile in ulteriori realtà locali, in forza delle sue caratteristiche di capillarità. La creazione di rete e il rapporto orizzontale/territoriale costituisce un eccellente diffusore di esperienze. Infine, i prodotti elaborati nel progetto (il pacchetto documentale e la ricerca audio-visuale) sono trasferibili mediante utilizzazione delle tecnologie della comunicazione (a partire dal sito dell’associazione: operatoripacecampania.it).

Coerentemente con l’obiettivo di realizzare un programma di qualità (certificazione funzionale alla trasferibilità) "I Re dei Rom" segue il criterio di pianificazione cosiddetto PDCA (Plan-Do-Check-Act) per garantire: a) coerenza b) efficacia c) pertinenza e) fattibilità f) sostenibilità

Tale indicazione resta decisiva nell’ambito della ricerca-azione: concorre ad arricchirne il contenuto ed attribuisce un’importante funzione pratico-operativa alla ricerca-azione di pace, non solo sostanziandola dei contenuti della ricerca-azione orientata alla trasformazione sociale, ma soprattutto individuando proprio nella ricerca socio-culturale un terreno privilegiato, per quanto non esclusivo, di attivazione dei potenziali di pace nei contesti-obiettivo, consentendo a pieno titolo la sua iscrizione nel quadro strategico del confidence building quale strategia per la trasformazione costruttiva dei conflitti in ambito non solo internazionale ed etno-politico (proprio del progetto) ma anche locale e di comunità.